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Da: IL CODICE ETERNO. Storia di un Monoteismo (di Mariano Giacobbo)
L’Uomo.
 
Nessuna persona intelligente può dire di aver compreso la creazione dell’universo, come precedentemente spiegata, e poi negare l’evoluzione della specie. Questo mi sembra chiaro e imprescindibile per ogni corretta interpretazione dell’uomo e della sua storia.
E qui, chi vuole salvare a tutti i costi la dogmatica e la teologia medioevale sulla comparsa dell’uomo sulla terra, mi spieghi – e lo spieghi al mondo – come fa.
Tutta la teoria del peccato originale e della sua riparazione come peccato primordiale non regge più, se non viene profondamente rivisitata con nuovi paradigmi di pensiero.
Voler spiegare l’inspiegabile con lunghe elucubrazioni e salti pindarici, penso serva solo ad allontanare l’uomo volenteroso dal mistero di Dio.
Comprendo benissimo le difficoltà nel mettere mano a questo dogma: significherebbe rimettere mano a tutta l’incarnazione, a tutta la sua teologia, a duemila anni di storia della Chiesa, e dover riconoscere con umiltà che ci siamo sbagliati.
Anch’io mi trovo in difficoltà se penso a questo, ma come ho detto in apertura di questo saggio, la mia logica è terra-terra: 1+1 fa 2, e anche se ci metto la fede non farà mai 3, a meno che non menta a me stesso.
Qui si deve fare una scelta radicale: o si chiudono entrambi gli occhi e si sceglie la narrazione della Bibbia senza esitazioni e senza mediazione scientifica, oppure si fa l’altro passo, scegliendo la logica e dando corpo alla scienza galileiana, facendo i dovuti passi con pragmatismo e non con scelte emotive, guardando avanti.
I rischi sono grandi in entrambe le scelte.
La mia scelta mi sembra chiara: usare la ragione e l’intelligenza finché posso, e dove l’intelligenza non basta più usare la fede se possibile.
Qualcuno subito mi dirà: “Non puoi usare la fede solo quando ti fa comodo e la ragione quando vuoi tu.” Ultimamente Tommaso mi assiste sempre. La chiesa lo ha sempre usato per dimostrare i suoi dogmi e Tommaso è meraviglioso ti viene sempre in aiuto con la sua logica:
159. Essendo sia l’intelletto possibile che l’intelletto agente formalmente uniti a noi, è necessario che appartengano alla stessa essenza dell’anima. Infatti tutto ciò che è unito formalmente a qualcosa gli è unito come forma sostanziale o come forma accidentale. Se quindi l’intelletto possibile e l’intelletto agente sono uniti all’uomo come forma sostanziale, essendo unica la forma sostanziale di una realtà è necessario dire che l’intelletto possibile e l’intelletto agente sono uniti nell’unica essenza della forma, cioè dell’anima. Se invece sono uniti all’uomo come forma accidentale, è chiaro che né l’uno né l’altro possono essere accidenti del corpo: poiché, come abbiamo visto103, le loro operazioni sono senza organo corporale: perciò entrambi sono accidenti dell’anima. Ma in ogni uomo non vi è che una sola anima: è quindi necessario che l’intelletto agente e l’intelletto possibile siano nell’unica essenza dell’anima.
160. Similmente. L’attività propria di una specie deriva sempre dai princìpi che seguono la forma che dà la specie. Ora, l’attività intellettiva è l’operazione propria della specie umana. È quindi necessario che l’intelletto agente e quello possibile che, come si è detto104, sono i princìpi dell’intellezione, appartengano all’anima umana, dalla quale l’uomo riceve la sua specie. Però non derivano dall’anima come procedenti da essa nel corpo, poiché come si è detto questa operazione è senza organo corporale, e d’altra parte l’operazione appartiene al soggetto della potenza. Resta dunque che l’intelletto possibile e l’intelletto agente appartengono all’unica essenza dell’anima.
Tommaso, in uno dei suoi scritti, dice una frase bellissima che mi giustifica pienamente: «È un difetto credere per fede ciò che si può dimostrare con la ragione».
Praticamente ci sta dicendo che l’intelligenza fa parte della nostra anima e che dobbiamo usarla. Io uso i miei talenti, che mi sono stati dati: non li nascondo. Molte persone, invece, hanno paura di usare la propria intelligenza e preferiscono affidarsi a quella degli altri.
Ora posso proseguire con la mia speculazione.
Come ho spiegato, l’uomo è uomo da quando è uomo: cioè da quando l’evoluzione ha terminato il suo lavoro di affinamento e da quando Dio ha deciso che, nella sua creazione, l’animale che eravamo avesse la dignità di un’anima superiore e di uno spirito che lo trascende. Tutte le creature viventi hanno un’anima, come spiega benissimo Tommaso; ma a noi viene dato anche uno Spirito che ci trascende. Quando Dio “soffia” questo spirito – nel concepimento o nella nascita – io non lo so, e nemmeno lo presumo, perché per la mia speculazione non ha importanza. L’anima è ciò che caratterizza il nostro corpo vivente: lo definisce, lo struttura, lo rende ciò che è nella vita terrena e cresce con esso. Ma la sua identità ultima non dipende dal corpo, bensì dallo spirito.
La mia riflessione parte da un’idea semplice ma radicale: il corpo umano non è una sostanza immutabile, ma un insieme di energia organizzata secondo leggi fisiche, un’energia che risponde alle dinamiche della natura e si trasforma continuamente.
Quindi l’uomo è composto di corpo, anima e spirito. Io per spiegare meglio la divisione tra il corpo materiale e la parte puramente spirituale della persona (anima e spirito) ho preso in prestito un termine che la teologia usa per definire l’esistenza della persona, ma io lo applico all’unità inscindibile tra anima e spirito. È il “punto di sussistenza” dell’individuo che, una volta separato dal corpo, mantiene intatta la memoria della vita vissuta.
L’ipostasi non ha genere poiché è puro spirito, e come afferma Tommaso quando parla di Dio, in Dio non c’è genere. Quando il corpo viene separato dalla nostra ipostasi essa non può più avere un genere. Questo implica che la speculazione che fa San Paolo sulla donna – che nemmeno mi permetto di accennare qui – non può essere considerata rivelazione divina. Paolo ha messo per iscritto ciò che in quel tempo era comunemente accettato, anzi imposto. E con Paolo prendo dentro tutta la tradizione della Chiesa che, sul genere femminile, ha sempre fatto molti distinguo, influenzata dal pensiero paolino, poi da Tommaso e da tutti coloro che si sono cimentati in spiegazioni, vorrei dire “vergognose”, retaggio di un pensiero medioevale.
Questa nostra ipostasi non muore con il corpo, ma viene assunta nell’Eterno.
Lo Spirito è eterno, perché viene generato dall’amore eterno del Figlio, seconda Persona della Trinità: per questo siamo figli.
Se si legge Tommaso sulla Trinità, e in particolare sulla relazione Padre-Figlio, si comprende che è dentro quella relazione che Dio crea le cose. Tanto più noi – la nostra anima e il nostro spirito – essendo figli, siamo creati dentro quella relazione. Per cui la nostra ipostasi ha un principio di eternità per due motivi evidenti.
Primo: l’uomo, con la sua intelligenza – che dipende dallo spirito, perché solo lo spirito è intelletto – può trascendere lo spazio-tempo, pensare l’infinito, immaginare l’eterno e tutto ciò che non è materiale. Solo uno spirito immateriale ed eterno può farlo. Questo non lo dico io: lo ribadisce Sant’Agostino.
“L’anima dell’uomo è capace dell’eterno.” (De Trinitate, XIV)
E ancora:
“Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.” (Confessioni, I,1)
Spesso i teologi dimenticano questo.
Secondo: la Bibbia definisce l’uomo “Figlio di Dio”. Se la nostra ipostasi ha un principio di eternità ed è figlia, allora dobbiamo chiederci cosa significhi “Figlio” in Dio.
Ho dimostrato che il nostro spirito nasce nel rapporto trinitario, quindi non posso non affermare che siamo destinati al Figlio Eterno, la seconda Persona della Trinità.
Siamo gocce che, cadendo, vanno al mare, mantenendo la nostra identità (l’ipostasi) e diventando a nostra volta mare: il Figlio Eterno.
Alla morte, il corpo si disgrega e ritorna energia, secondo le leggi della fisica: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Ciò che rimane è l’ipostasi, è questa ipostasi che conserva l’identità personale, perché contiene sia l’informazione della vita vissuta (l’anima) sia il principio trascendente che la fonda (lo spirito), nel momento della morte, il tempo legato alla materia cessa di avere significato. Le leggi fisiche non hanno più valore, perché l’ipostasi non è più vincolata al corpo. Essa esiste in una modalità diversa, libera dalla necessità materiale, ma pienamente se stessa.
Se consideriamo la resurrezione non come un evento cronologico, ma come una realtà ontologica, possiamo comprendere che essa è già in atto nel momento della separazione tra corpo e ipostasi.
Il corpo storico non è più funzionale all’identità personale: anima e spirito, uniti, costituiscono già tutta l’essenza della persona. Per questo la resurrezione non richiede la ricomposizione materiale del corpo originario: ciò che definisce l’uomo, la sua ipostasi, non va perduto. Ancora una volta per corroborare la mia tesi mi affido all’aquinate:
299. Abbiamo mostrato nelle premesse174 che l’eternità deriva dall’immutabilità. Come infatti dal movimento viene causato il tempo nel quale si incontra il prima e il dopo, così cessato il moto viene meno il prima e il dopo: e resta così la nozione di eternità, che è tutta nello stesso tempo. Nella sua ultima perfezione perciò l’uomo raggiunge l’eternità, e non solo in quanto la sua anima vive in modo immortale, e questo in virtù della natura della sua anima razionale, come si è visto sopra175, ma anche perché raggiunge la perfetta immobilità.
Finora ho spiegato chi è l’uomo, ma non perché l’uomo.
Che cosa c’entra la creatura uomo nell’universo creato da Dio? È una necessità? Un atto d’amore? Una delusione? Sarebbe stata possibile la creazione senza l’uomo?
 
Avrei voluto terminare qui il capitolo e lasciare al lettore una provocazione aperta, ma mi rendo conto che ben pochi sarebbero in grado di darle un senso compiuto.
 
Per questo voglio tentare di offrire almeno una risposta, seppur minima.
Parto nuovamente da Tommaso: egli afferma che Dio non crea per necessità, ma per volontà. Quindi tutto ciò che ha fatto, lo ha voluto. L’intero universo è stato voluto, e con esso tutte le cose.
Dio non poteva certo essere “deluso” dalla creazione: non sarebbe onnisciente e onnipotente se potesse essere deluso dalle sue creature.
Ma se Dio non aveva bisogno di nulla, perché crearci?
Dio è relazione perfetta in Sé (nella Trinità). Non aveva bisogno di interlocutori per non sentirsi solo.
Però l’amore, per sua natura, tende a uscire da sé, a condividersi.
Ha voluto creare l’uomo per inserirlo nella Sua relazione eterna, rendendoci partecipi della vita del Figlio.
Ma c’è di più. Creandoci con un corpo materiale, Dio ci ha dato un’altra missione bellissima: essere in relazione con tutta la creazione.
Attraverso la nostra materialità siamo connessi all’universo intero.
Siamo il punto in cui la materia diventa cosciente e può “parlare” con Dio.
Non solo gocce che tornano al mare, quindi, ma anche il ponte vivo tra il Creatore e la sua opera.
A questo punto mi sembra di aver spiegato chi è l’Uomo, ma soprattutto perché l’Uomo.
È un interrogativo che nella teologia tradizionale ho raramente sentito risolvere in modo soddisfacente. Spesso ci si ferma alla formula “Sola Gloria Dei”: Dio avrebbe creato tutto per la propria gloria, in un disegno dove pochi si salvano e molti sono perduti.
Quando la teologia esprime questo concetto, non si accorge del gravissimo errore che sta commettendo. Come abbiamo visto, Dio non crea per necessità, ma per amore. Dio non ha bisogno di nulla: è perfetto e completo nella Trinità. L’amore assoluto non cerca contraccambi, perché è dono puro; pensare diversamente significherebbe relativizzare Dio.
Dire che Dio ci ha creato per la Sua Gloria è un ossimoro teologico e, oserei dire, una bestemmia. Significherebbe che Dio ha avuto bisogno di noi per sentirsi Dio: ma quale Dio avrebbe bisogno della propria creatura per essere tale?
Di conseguenza, anche la nostra preghiera, se vogliamo che sia autentica, non può che essere un atto d’amore libero, sganciato da qualsiasi logica di scambio o di richiesta. È l’unico modo per entrare in vera relazione con Lui, rispecchiando la Sua natura e il Suo amore.


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