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Da: IL MITO RITROVATO - La Mitologia Assiro-Babilonese nel racconto biblico. (Mariano Giacobbo)
Da: IL MITO RITROVATO - La Mitologia Assiro-Babilonese nel racconto biblico. (Mariano Giacobbo)
Contiene il testo rivisitato di: Domenico Bassi 1899
 
Questi sono i due capitoli finali de Il Mito Ritrovato, l'opera in cui ho ricostruito le reali origini storiche e mitologiche dell'Antico Testamento. È la base storica da cui nasce tutta la mia successiva rilettura ontologica di Paolo e del cristianesimo delle origini.
 
Il metodo critico di Bassi: tra mito, storia e Bibbia.
 
La forza del lavoro di Bassi non sta soltanto nella quantità di materiali che riesce a raccogliere, ma nella qualità del suo sguardo. Egli appartiene alla prima generazione di studiosi che, davanti alle tavolette cuneiformi appena decifrate, tenta di capire fino a che punto la Bibbia sia radicata nello stesso terreno culturale della Mesopotamia. Ma, a differenza di molti suoi contemporanei, non cade nella tentazione dell’iper-comparatismo: non cerca prototipi forzati, non sovrappone i miti babilonesi ai racconti biblici come se fossero calchi diretti. Il suo metodo è più fine: un’archeologia delle fonti, che distingue con pazienza ciò che è memoria storica, ciò che è simbolo, ciò che è teologia.
Il caso della Torre di Babele è emblematico. Bassi riconosce che il racconto biblico appartiene alla più antica tradizione ebraica, ma rifiuta di identificarlo automaticamente con un monumento preciso. Nota che i testi cuneiformi non parlano di una “torre delle lingue”, e tuttavia non liquida la narrazione come leggenda. La radica invece nella realtà monumentale dell’Esagila, la “porta di Dio”, e separa l’etimologia popolare ebraica — Babele come “confusione” — dalla realtà linguistica accadica. È un gesto di rigore: la Bibbia non inventa dal nulla, ma rielabora un paesaggio reale, trasformandolo in parabola morale.
Lo stesso atteggiamento emerge nel confronto tra Izdubar e Nimrod. Bassi vede nel re-eroe del poema babilonese il riflesso storico del Nimrod biblico, e non per suggestione, ma per convergenza di funzioni, geografie e memorie. L’eroe cacciatore, il fondatore di città, il sovrano di Erech e Accad: tutto coincide. Ma Bassi non riduce Nimrod a Gilgamesh; mostra piuttosto come la memoria ebraica abbia cristallizzato in un’unica figura ciò che la tradizione mesopotamica racconta in forma epica. È un modo per dire che la Bibbia non copia: concentra.
Il suo sguardo diventa ancora più acuto quando affronta i miti di Adapa ed Etana. Qui Bassi rifiuta decisamente le facili analogie. Adapa non è Adamo: non pecca, non disobbedisce, non cade. È vittima dell’astuzia del dio Ea, che gli impedisce di accettare il dono dell’immortalità. La sua storia non parla di colpa, ma di destino. È un mondo teologico diverso, in cui gli dèi giocano con l’uomo e l’immortalità è un privilegio negato, non perduto. Bassi vede con chiarezza che il pessimismo mesopotamico non ha nulla a che vedere con la visione etica della Genesi, dove la morte è conseguenza di una scelta morale.
Etana, dal canto suo, rappresenta l’altra faccia dell’aspirazione umana: il desiderio di salire al cielo, di varcare il limite. La sua caduta non è punizione morale, ma constatazione ontologica: l’uomo è pesante, terrestre, inadatto alla regione degli dèi. È un mito che parla della distanza incolmabile tra umano e divino, una distanza che la Bibbia colmerà solo attraverso la storia della salvezza. Bassi coglie questa differenza con una lucidità rara: dove la Bibbia cerca un senso etico, la Mesopotamia registra un destino.
Il merito più grande di Bassi è forse proprio questo: mostrare che la Bibbia e i miti babilonesi condividono un orizzonte culturale comune, ma non una filosofia della vita. La Bibbia trasforma ciò che eredita: dove i saggi dell’Apsu emergono per portare la sapienza, essa parla di un Dio che chiama l’uomo per nome.
Il suo metodo — prudente, filologico, mai sensazionalistico — anticipa di decenni la moderna scienza delle religioni. E il mio commento sta facendo emergere proprio questo: non solo ciò che Bassi ha visto, ma come ha imparato a guardare senza mai farsi abbagliare.
 
La sintesi:
il “substrato” mesopotamico e la rielaborazione biblica.
 
Il confronto tra la Bibbia e la tradizione mesopotamica, così come emerge dal lavoro di Bassi, non è mai un gioco di specchi né un tentativo di ridurre la Genesi a un derivato dei miti babilonesi. È piuttosto la ricostruzione di un orizzonte culturale condiviso, un terreno comune in cui l’umanità del Vicino Oriente antico ha espresso le sue domande fondamentali: da dove veniamo, perché moriamo, che cosa significa governare, che cosa accade quando l’uomo tenta di superare il proprio limite. La Bibbia eredita questo linguaggio, ma lo piega a una direzione nuova, etica e monoteistica. È questo il cuore della mia sintesi.
La prima direttrice riguarda l’origine della condizione umana. Nei miti di Adapa ed Etana, l’uomo perde l’immortalità non per colpa, ma per inganno o per natura. Adapa è vittima della prudenza di Ea, che gli impedisce di accettare il dono divino; mentre Etana precipita, e il suo “peso” – metafora potentissima della gravità della condizione terrena rispetto all’eterea natura degli dèi – lo trascina verso la morte. La Mesopotamia conosce una nostalgia dell’eterno, ma la vive come destino negato. La Genesi, invece, trasforma questa nostalgia in responsabilità: l’uomo non è vittima degli dèi, ma soggetto morale. Il limite non è imposto dall’alto, ma nasce da una rottura etica. E tuttavia, sotto la differenza teologica, resta la stessa intuizione antropologica: l’uomo è un essere finito che porta in sé il desiderio dell’infinito.
La seconda direttrice riguarda la figura del re come archetipo. L’Izdubar del poema babilonese — il Gilgamesh della filologia moderna — è un semidio, un cacciatore, un fondatore di città, un sovrano che cerca la vita eterna attraverso la conoscenza dei segreti cosmici. La Bibbia conserva questa figura nella memoria di Nimrod, il “potente cacciatore davanti al Signore”, e la colloca dentro una genealogia storica. Bassi coglie con precisione come la Bibbia non inventi Nimrod, ma lo storicizzi: prende l’eroe epico e lo trasforma in un personaggio che inaugura la politica umana nelle pianure del Sennaar. È un gesto teologico: ciò che per la Mesopotamia è mito, per la Bibbia diventa storia.
La terza direttrice riguarda la Torre. L’Esagila babilonese, la “porta di Dio”, è un monumento reale, un simbolo della potenza imperiale che si eleva verso il cielo. La Bibbia riprende questa topografia, ma la rovescia: ciò che per Babilonia è gloria, per la Genesi è superbia. La torre non è più il segno della grandezza umana, ma il luogo in cui l’uomo tenta di farsi Dio. Bassi, con grande lucidità, separa l’etimologia popolare ebraica — Babele come “confusione” — dalla realtà linguistica accadica, e mostra come la Bibbia trasformi un monumento reale in una parabola morale.
Da queste tre direttrici emerge una conclusione chiara: la Bibbia non copia i miti mesopotamici, ma dialoga con essi. Ne assume il lessico — il diluvio, la torre, il cacciatore, l’uomo che cerca l’immortalità — perché è il linguaggio universale dell’epoca. Ma ne cambia la direzione: dove la Mesopotamia vede il destino, la Bibbia vede la libertà; dove i poemi babilonesi descrivono la fragilità dell’uomo davanti agli dèi, la Bibbia propone un patto; dove i miti raccontano la rassegnazione, la Bibbia cerca la redenzione.
È qui che il lavoro di Bassi acquista un valore moderno. Egli non è un semplice elencatore di somiglianze, ma un interprete che riconosce nella Bibbia un’opera che ha ereditato la cultura mesopotamica per trascenderla. La sua analisi diventa così un ponte tra epoche: mostra come la Genesi sia nata dentro un mondo mitico, ma abbia scelto di rispondere a quel mondo con una visione etica e monoteistica che ne rovescia le premesse.


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