Scritti e Testi in Evidenza da Fonti diverse e citate |
| Perché Scrivo. (Mariano Giacobbo) |
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Perché scrivo?
Qualcuno mi ha detto che ho tempo da perdere. Altri mi hanno chiesto quali motivazioni mi spingano a rompermi la schiena su testi antichi che, alla fine, non interessano a nessuno. E in un certo senso, hanno ragione.
Mi sto esponendo a critiche, in un’epoca in cui la religione è sempre più relegata in nicchie di pensiero marginale. Viviamo in un tempo in cui quasi nessuno pensa più. I pochi che ancora praticano la religione, le celebrazioni, lo fanno spinti dall’abitudine o dalla consuetudine, non da motivazioni ragionate. Anche le chiese e i riti ripetono da decenni le solite cose, in un’abitudine quasi noiosa. Leggono e commentano le Scritture, sempre allo stesso modo, senza un minimo di revisione storica, senza il coraggio di adattare quel linguaggio ai tempi nostri.
La domanda ovvia, allora, è una sola:
Perché scrivo?
La risposta è semplice, ed è tutta interna a me. Scrivo perché non posso farne a meno. Perché l’indifferenza e la noia non sono una risposta sufficiente al mistero dell’essere.
Scrivo perché rifiuto l’idea che il pensiero su Dio debba essere affidato solo ai professionisti del rito o a chi ripete formule svuotate di senso. Se il mondo se ne frega, peggio per il mondo. Ma la Verità non smette di essere tale solo perché nessuno ha più voglia di cercarla.
Io non scrivo per convertire nessuno, e non scrivo per il consenso. Scrivo per quelli che, come me, provano un disagio profondo davanti a una fede raccontata come una fiaba per bambini o un manuale di regole morali. Scrivo per chi ha bisogno di una fede adulta, che sappia guardare in faccia la storia, la fisica, la filosofia, senza avere paura di veder crollare le vecchie impalcature dogmatiche.
Se dietro a quelle impalcature si nasconde il volto eterno dell’Essere, allora ne valeva la pena. Se invece mi sono sbagliato, avrò comunque speso il mio tempo cercando la verità, il che è sempre meglio che non cercarla affatto.
C’è un’ultima cosa che voglio dire, soprattutto a chi mi accusa di appoggiarmi troppo alla tecnologia per scrivere. Da giovane, il mio incontro con l’informatica è stata una rivelazione. Mi ha permesso di esprimere tutta la mia intelligenza e la mia logica anche senza un’istruzione accademica formale. Grazie a quella passione, non mi sono mai sentito inferiore agli ingegneri o ai professori universitari con i quali ho avuto modo di interagire, e ho costruito una carriera di tutto rispetto. Ma allora, come oggi, lo strumento non faceva il lavoro al posto mio: non era il computer a progettare le reti o a sviluppare le applicazioni, era la mia mente, in continua ricerca e studio.
Oggi, nella scrittura, la tecnologia mi sta facendo lo stesso servizio. Mi ha permesso di superare una dislessia di fondo e dei limiti linguistici, aiutandomi a sbloccare e a dare forma lucida a un pensiero che altrimenti sarebbe rimasto represso. Ma a chi pensa che sia l’intelligenza artificiale a scrivere i miei libri, rispondo come facevo allora: non è stato il supporto informatico a progettare i miei sistemi, e non è lui a generare le mie elucubrazioni. Lo strumento mi aiuta a esprimerle con correttezza, ma il pensiero, le idee, la logica e la fatica sono solo mie.
Scrivo perché il silenzio non mi basta, e la parola scritta è l’unica cosa che rimane.
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