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La vertigine della Libertà. Perché la Chiesa ha paura del fine vita. (Da: I SASSI IN TASCA. Di (Mariano Giacobbo))
La libertà non è un diritto che ci viene “concesso” dallo Stato o dalla Chiesa. La libertà è la struttura stessa del nostro essere. È un diritto inalienabile dell’essere umano. Ma è una struttura drammatica. Come diceva il filosofo Luigi Pareyson, la libertà non è solo un potere, ma una responsabilità radicale: porta con sé il rischio di perdersi, di sbagliare, di compiere il male. Il male non è un’illusione o un difetto di fabbrica: è la possibilità concreta che nasce dal fatto che siamo liberi. Senza libertà non ci sarebbe il male, ma non ci sarebbe nemmeno l’amore. Non siamo nati con un guinzaglio al collo!
È per questo che, nella storia, le religioni e le società hanno cercato di “normare” la libertà. L’uomo ha paura della libertà. L’angoscia di dover scegliere senza certezze assolute è tale che, spesso, preferiamo delegare la nostra vita a un’autorità esterna (una legge, un dogma, un leader) pur di non doverne sopportare il peso. Sartre diceva che l’uomo è “condannato a essere libero”. E molti, davanti a questa condanna, preferiscono addormentarsi.
Ma per me, la libertà è assoluta. Non accetto compromessi su questo. L’uomo vero non è quello che fugge dalla responsabilità nascondendosi dietro il dogma o le convenzioni, ma quello che si assume il rischio di scegliere. Se la libertà è assoluta, e lo è, deve includere anche la possibilità di autodistruggersi. Si può discutere se sia una scelta “giusta” o “sbagliata”, ma quello è un problema della mia determinazione o, se volete chiamarlo così, del mio “libero arbitrio”, non della mia libertà. La libertà è il dato di fatto; la determinazione o “libero arbitrio” è come decido di usarla.
E qui arrivo al punto più cruciale, quello che mi tocca da vicino: il fine vita. Se parto dalla prospettiva cristiana, mi accorgo di una cosa sconvolgente: il mio Dio ha permesso alla sua creatura di eliminare l’uomo che ne era il riflesso perfetto. Sulla croce non è morto Dio, perché l’Immutabile non può morire, ma è morto l’uomo storico. Eppure, il Padre ha lasciato che succedesse. Ha accettato di veder distruggere la sua “trasparenza”, l’uomo Gesù, pur di non strappare la libertà all’umanità. Se nemmeno Dio ha impedito con la forza che la sua creatura crocifiggesse l’uomo in cui il Logos splendeva, perché dovrebbero farlo la Chiesa o lo Stato?
La Chiesa tradizionale ci ripete che la vita non è nostra, ma è di Dio, e che noi siamo solo “amministratori”. Questo è vero solo a metà. È vero che il nostro spirito nasce dalla relazione d’amore trinitaria, ma se Dio ci ha donato la libertà, che è la Sua stessa natura, non può poi comportarsi come un padrone che rivuole indietro la merce a suo piacimento. Se Dio mi togliesse la libertà di disporre della mia esistenza, negherebbe se stesso e il dono più grande che ci ha fatto. Un dono, se è vero, non ha il cartellino del prezzo o la data di scadenza dettati dal donatore. La vita ci è stata donata, e nel momento in cui è donata diventa nostra. La Scrittura stessa lo ribadisce, quando dice che Dio ha lasciato l’uomo «in balìa del suo libero arbitrio» (Sir 15,14) e gli ha messo davanti la vita e la morte, dicendogli: «Scegli» (Dt 30,19). La scelta è nelle mie mani, non in quelle di un tribunale ecclesiastico.
Se Dio mi ha reso libero, questa libertà deve essere totale, anche nel decidere come e quando concludere la mia esistenza. Io sono cattolico cristiano praticante, ma su questa questione sono un radicale incallito. Non accetto che qualcuno, un prete, un politico, un dogma biologico, mi imponga come vivere o come morire.
Ogni giorno scendo a compromessi per poter vivere tranquillo, per non travolgere le persone che amo con le mie battaglie. Ma sulla mia libertà di decidere del mio fine vita sono in trincea, e non scendo a patti. Se un giorno la mia “tenda” diventerà una prigione di dolore, non chiederò a nessuno di decidere per me. Spero solo di trovare chi abbia il coraggio di mettermi in mano una siringa, o un farmaco. Poi ci penso da solo.
Spero di avere attorno qualcuno che mi ami tanto da rischiare per me. Perché l’amore vero non è trattenere qualcuno contro la sua volontà per rispetto di un dogma, ma avere il coraggio di accompagnarlo nelle sue scelte più difficili, anche quando fa paura.
Quando ho riflettuto su queste cose, fino in fondo, mi sono ritrovato con le lacrime agli occhi per l’emozione. Perché ti trovi disarmato di fronte alla vertigine della tua stessa libertà. Ma so che la lotta per questa libertà sarà eterna. Troppi interessi economici e di potere ci girano intorno. Ma per quanto riguarda il fine vita, è una battaglia che stiamo vincendo. È solo questione di tempo. E io, finché il mio cuore regge, continuo a lottare.
 


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