Il mio slogan: - "Sognando e fantasticando si rimane giovani." - "Vanitas vanitatum, et omnia vanitas" -

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Mai nessuno e nessuna legge, potrà impedirmi di sognare e fantasticare. Con la mia fantasia tutto mi è possibile! Nessuno potrà mai rubare i miei sogni e la mia fantasia. Con la forza dei sogni e la mia fantasia sono Veramente Libero! I miei sogni non hanno limiti, nessun luogo li può contenere, la mia fantasia è infinita. Fermo il tempo. Sono il padrone dell'Universo. Mi avvicino e incontro il mio Dio. ... E' questa la mia Anima?
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Pemsieri Per Pensare. Unicità e Sentimenti (Mariano Giacobbo)
 L’unicità dell’Io
Se il DNA ci insegna che ogni vita è irripetibile, la coscienza ci mostra perché quell’irripetibilità ha un senso. La nostra mente non è soltanto un insieme di cellule o di impulsi elettrici: è il luogo dove l’esperienza prende forma, dove ogni gesto, pensiero e ricordo diventa unico e irripetibile.
La differenza è fondamentale. Il codice genetico ci distingue biologicamente, ma la coscienza ci distingue come persone. Ogni emozione, ogni scelta, ogni riflessione è un’eco della loro unicità.
L’unicità della coscienza porta con sé una responsabilità etica. Non basta sapere di essere diversi: ciò che conta è come viviamo quella differenza. La nostra capacità di ascoltare, comprendere, decidere e agire in maniera originale e consapevole definisce la nostra vera irripetibilità.
In questo senso, essere unici significa avere il compito di custodire e rispettare la propria vita e quella altrui, di trasformare la diversità in valore, e di rendere ogni incontro e ogni scelta un gesto che lascia una traccia irripetibile nel mondo.
La coscienza, dunque, è il luogo dove l’ordine e la differenza della vita si trasformano in libertà e responsabilità. È qui che la meraviglia dell’irripetibilità assume un significato profondo: ogni persona non è solo un unicum biologico, ma anche un universo morale, capace di creare, scegliere e amare in modo esclusivo. Ed è proprio nel momento in cui questo universo morale incontra gli altri che la sua irripetibilità fiorisce davvero.
L’unicità nella dimensione sociale,
culturale e spirituale
Se la vita ci mostra l’irripetibilità biologica e la coscienza la traduce in esperienza individuale, la sfera sociale e culturale ne amplia il significato e la profondità. Ogni persona entra nel mondo con la propria storia, ma è nello scambio con gli altri che quell’unicità trova espressione e risonanza.
Ogni incontro, ogni conversazione, ogni gesto condiviso diventa un intreccio di unicità: nessuno percepisce o vive il mondo esattamente come un altro.
La cultura, l’arte e la spiritualità sono manifestazioni di questa irripetibilità. Ogni opera, ogni parola, ogni rituale nasce dall’esperienza di un individuo unico, eppure può toccare, ispirare e trasformare molti altri. L’unicità diventa così un ponte: non un’isola, ma un punto di contatto tra le persone, un filo invisibile che arricchisce chi riceve e chi dona.
In ambito spirituale, l’unicità rivela un’altra dimensione: il senso personale della vita, la ricerca di significato, la consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande. Ogni percorso di fede o riflessione interiore è diverso, ma tutti contribuiscono a tessere un mosaico complesso e irripetibile, che include ogni voce, ogni storia, ogni esperienza.
Riconoscere e rispettare questa unicità sociale, culturale e spirituale non è solo un atto etico, ma un modo per vivere in armonia con la complessità del mondo.
Ci insegna che ogni relazione, ogni gesto, ogni scelta ha valore: perché tutto ciò che è unico, umano o divino che sia, non si ripeterà mai.
Il rischio di cedere il pensiero
La sfida dell’intelligenza artificiale
Viviamo in un tempo in cui la tecnologia non è più soltanto uno strumento, ma una presenza costante, quasi un interlocutore. Fra tutte le sue manifestazioni, l’Intelligenza Artificiale è quella che più interroga la nostra unicità. Non perché possa replicarla, questo è impossibile, ma perché rischiamo di delegarle parti del nostro pensare, del nostro scegliere, del nostro immaginare.
Già Umberto Galimberti, in Psiche e techne (1999), aveva messo in guardia l’umanità: “La tecnica non è più soltanto un mezzo, ma l’ambiente stesso in cui viviamo”. Non tende a uno scopo, non promuove un senso, ma funziona, e proprio in questo funzionamento rischia di assorbire l’uomo, riducendo la sua libertà. Oggi, con l’Intelligenza Artificiale, quell’allarme appare ancora più attuale: non siamo di fronte a un semplice strumento, ma a un sistema che simula il ragionare e che può sostituirsi, almeno in parte, al nostro esercizio di coscienza.
L’IA può imitare stili, prevedere comportamenti, generare testi o immagini, ma lo fa sempre partendo da ciò che già esiste. Non conosce l’esperienza, non sente la vita, non attraversa la realtà dall’interno. Può elaborare informazioni, ma non può trasformarle in significato. La differenza è decisiva: l’uomo non è definito dalla quantità di dati che possiede, ma dalla capacità di interpretarli, di attribuire valore, di scegliere un fine.
Il pericolo, allora, non è che l’Intelligenza Artificiale diventi “più umana” dell’uomo, ma che l’uomo smetta di esercitare la sua irripetibile capacità di pensare, discernere e immaginare.
Se ci abituiamo a farci sostituire nei piccoli atti del pensiero quotidiano, ricordare, decidere, interpretare, perfino creare, rischiamo di intaccare la dimensione più preziosa della nostra unicità: la libertà di attribuire senso.
La vera sfida non è tecnologica, ma spirituale ed etica. Ogni individuo deve imparare a convivere con strumenti potentissimi senza rinunciare alla propria interiorità, alla propria voce, al proprio sguardo unico sul mondo. L’Intelligenza Artificiale può essere un aiuto, un alleato, un mezzo straordinario; ma il pensiero, la responsabilità, la presenza restano compiti irrinunciabili dell’essere umano.
In fondo, l’IA ci ricorda una scelta antica: cedere la nostra unicità o custodirla. Ogni volta che deleghiamo un frammento del nostro pensiero, rinunciamo a una parte della nostra irripetibilità. Ogni volta che lo custodiamo, riaffermiamo la dignità di essere coscienti, unici, insostituibili. È in questa decisione che si manifesta, ancora una volta, il valore irripetibile di ogni coscienza umana.
La Signora In Rosso (Mariano Giacobbo)
La Signora in Rosso (Cap. 10 - Chi sei -)
Chi sono io? Bella domanda. Ma chi può davvero rispondere senza cadere in una semplificazione, senza inventarsi una maschera comoda da indossare?
Tu te lo sei mai chiesto, chi sei?
A volte penso che la risposta non esista, o almeno non sia una soltanto. Che non ci sia un centro immobile, un nucleo eterno. Forse, più che un’identità, siamo un percorso. Una narrazione in divenire.
A tal proposito, ho fatto una veloce ricerca per capire cosa dicano la psicanalisi e alcuni autori su ciò che i sogni e i pensieri possono rivelare di noi. Come al solito, ho trovato un’infinità di risposte.
Comincio con Ricoeur, che sottolinea come ogni capitolo della nostra vita riscriva e cambi, almeno in parte, il significato di quelli precedenti. Poi c’è Freud il padre della psicanalisi: per lui siamo il prodotto dei nostri desideri nascosti, dell’inconscio che agisce proprio quando ci sentiamo più lucidi. Ma allora mi chiedo: se ciò che ci governa è nascosto anche a noi, chi siamo davvero? E se ogni sogno non fosse altro che un messaggio in codice? La Signora in Rosso, forse, non era altro che un’immagine di me stesso. Un riflesso creato da qualcosa che è da sempre dentro di me. Poi ho trovato Jung, con il suo viaggio verso l’individuazione: quella faticosa ricerca dell’unità interiore, che però non si raggiunge mai del tutto. Forse non c’è un traguardo. Forse c’è solo il cammino.
Oppure, siamo semplicemente il nostro corpo. Quel corpo che si stanca, che sogna, che si sveglia frastornato dopo un breve pisolino. Che ricorda e dimentica. Che sente, prima ancora di capire. Forse la mente è solo un’eco di ciò che il corpo ha già deciso.
E poi, naturalmente, c’è la mia fede. Ma nemmeno quella mi offre certezze assolute. O meglio, me ne offre, ma dopo molto studio, riflessione e profonde elucubrazioni. E anche così, bisogna sapersi accontentare.
Mi viene in mente quel racconto di Sant’Agostino, che incontrò un bambino sulla spiaggia intento a versare l’acqua del mare in una piccola buca. Agostino gli chiese cosa stesse facendo, e il bambino rispose:
«Voglio mettere tutto il mare qui dentro.»
Agostino sorrise e gli fece notare che era impossibile. Il bambino allora replicò:
«È più facile che io metta il mare in questa buca, che tu possa comprendere i misteri di Dio.»
Ho letto Rahner, con la sua idea dell’uomo come “domanda assoluta”, aperta all’infinito. E Küng, con la sua fatica di conciliare la ragione con la speranza. Li rispetto, li ascolto, ma non mi bastano.
Perché a volte, credo che la fede vera non sia nella risposta, ma nel continuare a porsi la domanda. Continuare a cercare, anche quando non si trova nulla. E soprattutto, quando si pensa di aver trovato. Forse è lì che abita la vera certezza: in quel dubbio che non si spegne mai del tutto.
E allora, se il “chi sono” resta una domanda aperta, come potrei mai sapere cosa succede dopo?
Per tutta la vita ci confrontiamo con l’idea della fine. Molti non vogliono nemmeno pensarci: la sola idea li terrorizza. A volte la sfidiamo. Ma quando ci fermiamo davvero a riflettere, come è successo a me, ci rendiamo conto che la morte non è solo una soglia, ma anche uno specchio: ci rimanda l’immagine di ciò che siamo stati… e forse anche di ciò che avremmo potuto essere.
La tradizione cattolica parla della resurrezione della carne, ma io ho sempre faticato ad accettarla in senso letterale. Non riesco a immaginare un corpo che ritorna, identico, in un altro tempo. Non riesco a pensare la carne come eterno contenitore dell’anima. Io ho un’altra idea.
Riprendendo la mia amata similitudine informatica, mi viene naturale riflettere sulle variabili. In informatica, le variabili o le costanti hanno dei nomi: A, B, I, K, Pi… nomi mnemonici, utili a semplificare. Ma la cosa davvero importante è il valore contenuto.
Ad esempio, definiamo “Pi” per 3.14 (p): ma non è “Pi” che conta, è il valore che rappresenta. Potremmo chiamarla in qualsiasi altro modo, ma il programma funzionerebbe lo stesso, perché ciò che conta è il contenuto.
Ora, immaginiamo che quelle variabili siano delle persone: Mario, Piero, Carlo, Anna… Anche in questo caso, ciò che conta non è il nome, ma l’anima, il valore interno. Il corpo è un contenitore materiale, fragile, finito. L’anima, invece, non muore con la morte del corpo.
E qui, il dogma si fa potente… e incomprensibile, almeno finché restiamo confinati nel tempo.”
“Qualcuno potrebbe obiettare che la Chiesa onora i corpi dei santi, li trasforma in reliquie da venerare. Io, sinceramente, lo vedo come un modo un po’ macabro di ricordare e onorare una persona. Spero che la Chiesa, attraverso quel culto, intenda venerare l’anima e il ricordo del santo. Perché quel corpo non è più il santo trasformato nella resurrezione. E questo lo spiegherò più avanti.
Qualcun altro potrebbe dirmi che le reliquie hanno qualcosa di soprannaturale, perché alcune parti del corpo dei santi non si corrompono. Questo viene interpretato come un segno, un dono di Dio, affinché i fedeli possano credere. Ma a me viene in mente quel passo del Vangelo, dove Gesù dice:
«Per la durezza del vostro cuore, Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così.» (Matteo 19:8)
E allora penso: anche nel caso dei santi, forse Dio concede segni come l’incorruttibilità delle membra proprio per la nostra debolezza, per la nostra necessità di segni per credere.
Ritornando a quello che avevo lasciato in sospeso, voglio riportare due versetti della Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo (15:49-50). Il resto, leggetelo voi:
«E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste. Vi dico questo, o fratelli: carne e sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che si corrompe può ereditare l’incorruttibilità.»
Ho scelto questi due versetti perché mi sono particolarmente cari e li ritengo molto significativi per ciò che sto per dire. Ma non sono gli unici: ce ne sono molti altri nei Vangeli e in altri scritti.
Se analizziamo le parole “saremo simili all’Uomo celeste”, penso proprio che San Paolo si riferisca a Cristo risorto. Quindi, quando risorgeremo, saremo come il Cristo risorto. Per ribadirlo, San Paolo dice che “carne e sangue non possono ereditare il Regno di Dio”, quindi dovremo essere trasformati, proprio come fu trasformato Cristo dopo la resurrezione.
E com’era il Cristo risorto?
Così nel Vangelo di Giovanni (20,14-18):
«Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: ‘Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo’. Gesù le disse: ‘Maria!’. Ella si voltò e gli disse in ebraico: ‘Rabbunì!’ - Che significa: ‘Maestro!’. Gesù le disse: ‘Non mi trattenere(Vedi Nota), perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro’. Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!’.»
Maria non poteva toccarlo (vedi nota): il corpo di Gesù risorto era già un corpo trasformato. Un corpo visibile, ma aleatorio, non più carne e sangue, perché “non avrebbe potuto salire al Padre”. Poi, in seguito, Gesù entra nel Cenacolo a porte chiuse. Mai, in vita, era entrato in un luogo chiuso: era un corpo senza corpo. Anche quando dice a Tommaso di toccarlo, le cose non cambiano: era già salito al Padre, già “autenticato”, se possiamo dirlo così. Poi compare sulla spiaggia e mangia con gli apostoli. Il tutto per far comprendere che, anche se il corpo era trasformato, poteva ancora essere toccato; anche se era una presenza eterea, poteva mangiare. Era veramente risorto.
Anche la Chiesa, ultimamente, chiama il funerale “Rito di Resurrezione”, perché ha compreso che quel corpo a cui si sta dando l’ultimo saluto è destinato a trasformarsi.
Il come non lo sa nessuno. La mediazione è la fede.
Anche su questo argomento ho una visione tutta mia, personale.
Spesso sentiamo parlare della “fine dei tempi” come di un momento collettivo, futuro, in cui saremo trasformati e riconsegnati alla gloria del Cristo risorto.
Ma io la penso diversamente.
Credo, come ho già accennato, che per ciascuno di noi il tempo finisca con l’ultimo respiro.
Dopo di quello, non c’è più il tempo: c’è l’eternità.
E l’eternità, per definizione, è fuori da ogni attesa, fuori da ogni cronologia.
Quindi ciò che viene promesso, la trasformazione, la resurrezione, avviene subito, in quel preciso istante.
In quel passaggio si realizza ciò che è scritto.
Siamo, come Cristo al terzo giorno, risorti e trasformati.
Come dice San Paolo nella Lettera ai Corinzi (15, 51-53):
“Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità.”
Perciò la nostra morte sarà per noi la “fine dei tempi”, o meglio: la fine del tempo.
E sarà, finalmente, il momento della trasformazione.
Quando affermo che la mediazione è la fede, mi riferisco alla fede intesa in senso metafisico, non dogmatico. Non parlo della fede come semplice adesione a una religione. Neppure la considero solo un dono misterioso concesso a pochi, come spesso si sente dire.
No, per me la fede è anche un cammino, una conquista, una tensione continua verso ciò che non possiamo comprendere pienamente ma che sentiamo esistere.
La fede si cerca, si interroga, si nutre di studio, di dubbi, di esperienze profonde. È volontà di avvicinarsi all’invisibile, con rispetto e con perseveranza.
Spesso qualcuno mi dice:
“Io non ho fede.”
Allora provo a spiegarglielo con una piccola storia.
Immagina di guidare la tua auto, lanciato a ottanta, novanta, magari cento all’ora. Arrivi a una curva, non vedi cosa c’è oltre.
Eppure sterzi, fiducioso che la strada continui, e che chi arriva in senso opposto terrà la destra, come previsto dal codice.
Questa è fede: è fiducia in un ordine che non puoi verificare in tempo reale, ma che scegli di abbracciare.
E se, dall’altra parte, ci fosse qualcuno che non ha la tua stessa fede?
Allora capisci che la fede non è assenza di intelligenza, ma un atto di coraggio.
È una scelta che si rinnova, che richiede consapevolezza, e che si fortifica solo con l’impegno e con la riflessione.
Per questo non accetto chi dice:
“Non ho fede, perché nessuno me l’ha data.”
La fede non si riceve: si incontra, si coltiva.
Quando affermo che «la morte non esiste», intendo la morte come fine definitiva, come annullamento.
Ma io sono convinto che la nostra “variabile Corpo” cambi nome, ma non valore.
Come dicevo più indietro: il valore di una variabile non è nel suo nome, ma nel suo contenuto.
Così anche noi:
«Non conta il contenitore, il corpo, ma ciò che portiamo dentro. E quel contenuto, l’anima, non solo non muore, ma viene accresciuto dal corpo stesso, trasformato, e il nostro spirito ci trascende.»
Come ho già scritto, lo considero un cambio di gioco, o con una metafora un cambio di giostra: scendiamo perché abbiamo visto, se non ancora compreso, che quella lì vicino è molto più bella e interessante.
Forse c’è qualcosa che resta. Forse è proprio quella domanda che non abbiamo mai smesso di porci, “chi sono?”, “da dove vengo?”, “dove vado?” A sopravvivere a tutto.
E forse, chissà, è proprio quella domanda che, in quel giorno, diventa risposta.
Io non so se la Signora in Rosso fosse reale o se ero solo io che mi parlavo. Ma so che mi ha lasciato qualcosa. Un dubbio, sì. Ma anche una direzione. E forse è da lì che devo ripartire.
Mi rendo conto che le mie ipotesi e i miei ragionamenti potrebbero suscitare perplessità e, forse, potrebbero avere qualche falla o, peggio, peccare di ignoranza. Per questo non voglio assolutamente insegnare a nessuno, tantomeno imporre il mio pensiero. Spero solo di creare una discussione.
La mia Signora in Rosso cosa mi dirà?
 (Nota: In altre versioni della Bibbia viene riportato: "Non mi Toccare")
 
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